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Il patrimonio storico-artistico del borgo antico di Cengio Alto è oggetto di interventi tesi alla sua riqualificazione e valorizzazione.

Da diversi anni, alcuni volenterosi cittadini cooperano per promuovere il recupero e la tutela dei beni architettonici ed artistici della frazione, in particolare dell’Antica Parrocchiale – Santuario della Natività di Maria Vergine.

Questa Chiesa, rimasta per diversi anni in stato di abbandono, sta ritornando, a poco a poco, all’antico splendore, grazie allo sforzo della Comunità di Cengio Alto, all’interesse delle varie Amministrazioni Comunali, e – soprattutto – alle elargizioni ottenute da Enti e Fondazioni.

Dopo il restauro delle facciate principale e lato nord, del campanile e della Cappelle dedicate a San Carlo Borromeo, alla Madonna del Rosario ed alla Madonna Addolorata, il Comitato si focalizza sul restauro dell’ultima Cappella, dedicata a San Luigi Gonzaga, e dell’Abside.

Il Comitato è lieto di accogliere i visitatori (singolarmente o a gruppi) per mostrare questo unicum barocco nella Valbormida Savonese.

Pag. 5 Numero Unico “Cultura e Valbormida” edizioni “Le Stelle” 2000

UNA PAGINA DA RISCOPRIRE

LA BATTAGLIA DEL CENGIO

di Renato Pancini

Ricostruzione e situazioni inedite da uno studioso

Sono le prime ore del 19 marzo 1639: un brulichio di armati, di cavalli,di carri e di artiglierie invade i campi, le alture e le balze che circondano il castello di Cengio. L’antico maniero carrettesco, costruito nel sec. XIII°, si allunga per 500 metri sulla dorsale della collina. Ora ha di fronte l’esercito spagnolo, forte di 7000 fanti e 1500 cavalieri, dotato d’artiglieria (le bombarde dell’epoca), che è partito a marce forzate da Alessandria il 16 marzo al comando del valoroso generale don Martino d’Aragona. Nell’interno del Castello fortezza sono rinchiusi i franco piemontesi al comando del colonnello Casanova di Ivrea.

Il Castello è ben difeso. Sul lato una parete di arenaria strapiomba verso le balze che portano alla Bormida di Millesimo. Ai piedi di questo strapiombo, difesa naturale inaccessibile, sorge un muro di tenaglia, chiuso alle due estremità opposte da poderose porte in ferro, sovrastate da archi merlati, mentre nella viva roccia, sempre ai piedi del Castello, sono scavate le ridotte per la difesa. Sul lato nord le vecchie mura sono precedute, ad opportuna distanza, da una linea continua di basse fortificazioni avanzate, dal tracciato a salienti e rientranti, secondo l’andamento del pendio. Il corpo principale del vecchio Castello occupa la cima della collina ed è costruito da un ampio recinto irregolare, alto e stretto, circondato da alte mura e rinforzato da quattro torri di cui una quadrangolare, assai imponente, che si dice di origine romana. Accanto alle mura maestre si erge un enorme torrione circolare aggiunto, insieme ad una bassa linea di fortificazioni, a rinforzo di questo versante che è il più dolce e vulnerabile.

Dal febbraio 1636 le truppe del Savoia occupano il Castello e dalla stessa data lo hanno via via rinforzato con quella poderosa linea difensiva esterna. La guerra civile dei “cognati” che flagella dal 1637 gli stati Sabaudi, vede la reggente del ducato dei Savoia, la vedova di Amedeo I°, “Madame Reale” in difesa del trono per ifigli minori appoggiate dal cardinale Richelieu, primo ministro di Francia, contro i cognati Maurizio e Tommaso anch’essi aspiranti alla reggenza e sostenuti dagli spagnoli che, senza indugi, iniziano le ostilità occupando alcune località del Piemonte orientale.

Nel marzo 1639 il governatore di Milano Marchese di Leganes avvia l’invasione spagnola del Piemonte secondo tre direttrici: una su Torino, l’altra su Asti e la terza verso le Langhe, avente come primo obbiettivo l’espugnazione del Castello di Cengio, punto strategico sulla strada della spagnola Finale Ligure per le Langhe. Torniamo al mattino del 19 marzo, quando il corpo d’assedio spagnolo prende possesso del terreno intorno alla fortezza.

Sono tempi duri per i 200 “fuochi” cengesi di allora (circa 1000 abitanti)! I poveri cengesi, già estenuati dalle corvée imposte dai franco piemontesi che nei due anni precedenti li hanno costretti a lavorare alla costruzione della linea difensiva intorno alla fortezza, si vedono ora invasi da quasi 9000 soldati.

La prima operazione militare spagnola consiste nella febbrile costruzione, intorno al perimetro dell’assedio, di un anello difensivo esterno a chiusura dei passi, dei sentieri e dei passaggi versa la fortezza. Lunga questa linea difensiva ed al suo interno appoggiati ai salienti del terreno, vengono costruiti con rapidità coatta fortini, trincee, ridotte postazioni per le artiglierie, inoltre adiacenti alle fortificazioni si collocano gli aqurtieramenti dei fanti e della cavalleria, strutturati almeno su cinque grandi tendopoli. In soli tre giorni, fino al 23 marzo, si svolge un’imponente mole di lavoro del genio militare. Per i cengesi la vera guerra è quella di essere costretti a faticare a suon di piccone e badile per gli spagnoli. Presso la chiesa già allora posta sulla sommità ai piedi del Poggio, viene collocata una poderosa batteria di bombarde volta a demolire le mura sud del Castello; il grosso delle artiglierie è sistemato al lato sud del Poggio che, a sua volta, dista in linea d’aria quattrocento metri dalla fortezza. Si rammenta che la gittata utile delle bombarde dell’epoca, che sparavano grosse palle di ferro, non superava i trecento metri e durante l’assedio furono ben 360 colpi i tiri tirati.

Dall’altra parte gli assediati dispongono, a loro volta, di artiglierie e non se ne stanno con le mani in mano: lo testimonia la quasi totale distruzione delle case del Borgo e della stessa chiesa. Terminata la costruzione delle opere militari, il 23 marzo inizia la battaglia vera e propria, prima preceduta da alcune scaramucce mentre dai quattro punti cardinali e per i campi devastati avanzano le milizie spagnole. Lo stesso 23 marzo, in attesa di sferrare l’assalto decisivo, il generale Don Martino d’ Aragona decide di coprirsi le spalle da un attacco esterno e dirige personalmente il rapido assedio del piccolo Castello di Saliceto, difeso da una compagnia di 300 fanti piemontesi. Mentre la conquista del Casello di Saliceto è già ottenuta, don Martino: “veniva colpito alla fronte da un lungo archibugio da uccellare, onde restò subito morto”.

Gli spagnoli pur piangendo il loro comandante, riprendono con vigore l’assedio di Cengio sotto la nuova direzione del mastro di campo don Antonio Arias Sotelo.

Il 24 marzo sul versante meridionale, in corrispondenza della tenaglia fortificata ai piedi del castello, gli spagnoli scatenano un sanguinoso attacco e dopo un furioso combattimento abbattono i due portoni ferrati irrompendo nelle ridotte, scavate nella parete rocciosa.

Dalle mura sovrastanti lo strapiombo gli assediati fanno volare una mina sopra gli spagnoli ma senza arrecare al alcun danno. (Per chi è interessato questa è l’unica area conservata come ai tempi della battaglia ed è visibile)

Sul lato ovest (verso l ‘attuale frazione Costa) gli spagnoli travolgono la prima linea muraria difensiva, prendono un fortino e vi si asserragliano. Nel pomeriggio assaltano e consistano la seconda fortificazione spingendosi fino ai piedi delle antiche mura del castello vicino alla poderosa torre circolare. La mattina del 25 marzo le milizie napoletane al comando dei Mastri di Campo Marchese Serra, don Gerolamo Tuttavilla e Eligio De Sio assaltano il lato Nord e penetrano, dopo aspri combattimenti, nella mezza luna fortificata ai piedi delle vecchie mura e la demoliscono sulla punta, abbandonandola poi nella notte.

Ancora il 25 marzo gli spagnoli attaccano, sempre a Sud, per irromper nel maschio del Castello per raggiungere il pozzo e togliere l’acqua agli assediati ma l’assalto non ha successo.

Intanto le bombarde aprono varchi, sempre più ampi, nelle mura mentre gli archibugi fanno il vuoto tra le file franco piemontesi, il cui morale è in discesa tanto che in molti si rifiutano di combattere e disertano.

Il 25 i capitani piemontesi, considerata la situazione, chiedono al comandante colonnello Casanova di arrendersi ricevendone un netto rifiuto. Casanova non vuole arrendersi perché confida nei rinforzi promessi dall’alto comando francese.

Il colonnello avrà buon fiuto! Infatti all’alba del sabato 26 marzo ecco spuntare sulle alture verso Montezemolo le avanguardie di un corpo di spedizione francese (forte di 7000 uomini) al comando del cardinale De La Valette, composto di 5000 fanti e 2000 cavalieri. Così in quella mattina piovigginosa di fine marzo gli assedianti si trasformano in assediati.

I Francesi di La Valette assaltano con ampia manovra a tenaglia i fortini e le ridotte, poste ad ovest del Castello, (La dove attualmente sorge la Frazione Costa e ancora più ad Ovest sopra i Vignali).

La battaglia infuria sanguinosa e i Francesi occupano alcuni salienti non riuscendo però ad accerchiare gli Spagnoli né a sfondare la linea difensiva; anche grazie alla protezione dell’ artiglieria spagnola che prende a sparare nella direzione ovest.

Il mattino del 27 La Valette tenta la carta decisiva e scaglia all’attacco la cavalleria che, seguita dalla fanteria, cerca di sfondare in un punto che ritengo corrisponda alla località ora occupata, in frazione Costa, dalla c.d Case del Ghetto. La cavalleria spagnola contrattacca, e con una serie continua di assalti e di contrassalti, la battaglia dura ben otto ore, facendo registrare le perdite più alte di tutto l’assedio (si è scritto di 600 morti fra fanti e cavalieri).

Esaurita l’onda d’urto iniziale i francesi di La Valette cercano invano per tutto il 28 e la mattina del 29 marzo di andare in soccorso del Castello assediato.

Mentre l’artiglieria spagnola continua la demolizione delle mura per ampliare le brecce di invasione, la fanteria tempesta di assalti e scaramucce gli assediati. Nel frattempo verso ovest i fortini e le trincee dell’anello di difesa degli assediati spagnoli resistono ai ripetuti assalti dei reparti di La Vallette.

Gli opposti eserciti si accingono allo scontro decisivo quando nel pomeriggio del 29 marzo il cardinale Luigi De La Valette riceve la notizia che una colonna spagnola di invasione ha conquistato Chivasso e punta su Torino. In breve, La Valette, radunate le sue truppe, abbandona Cengio e muove rapidamente in soccorso di Torino assediata. Alla guarnigione del Castello, già duramente provata, a corto di viveri e munizioni, con la fortezza gravemente danneggiata e già in parte invasa, questa ultima notizia infligge un colpo decisivo.

In data 30 marzo viene firmata la capitolazione e gli spagnoli occupano il Castello. Tuttavia quello che non poté la guerra lo fece la politica.

L’allora conteso Castello di Cengio danneggiato ma ancora in buona parte intatto dopo la battaglia del 1639 appetito dai franco-piemontesi, dagli spagnoli e feudo, sulla carta, dei Del Carretto, verrà assegnato con la pace dei Pirenei del 1659 al Duca di Savoia.

I Savoia riceveranno u n cumulo di rovine poiché gli spagnoli negli anni precedenti, hanno fatto, in previsione dell’abbandono, un largo uso di polvere da mina demolendo la fortezza.

Così le poche rovine che ancora si scoprono sul sito del castello sono il frutto in grande misura di quella demolizione e non sono i ruderi della battaglia, come si crede comunemente. Vale la pena di ricordare che negli anni seguenti al 1659 i contadini di Cengio Alto usarono i materiali della demolizione per ricostruire il borgo spianato dalle cannonate e dagli incendi del conflitto del 1639. Così le pietre del Castello servirono anche per riedificare l’attuale Chiesa che fu riconsacrata nel 1667 e intitolata alla Natività di Maria.

R.P

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